Fenomeno sociale nato negli anni 80 in Giappone, l’Hikikomori si è ormai diffuso anche in molti Paesi occidentali, tra i quali l’Italia: attualmente i casi di ritiro sociale estremo nella nostra nazione sono tra i 60 mila e i 100 mila; il nostro Paese non è nuovo a questo tipo di situazione, anche quando non raggiunge la gravità o le caratteristiche specifiche di questa patologia: in Italia, infatti, circa il 26% di giovani tra i 15 e i 24 anni fanno parte di quel gruppo identificato con il termine NEET (Not in Employment, Education or Training) che identifica soggetti non impegnati in percorsi scolastici, lavorativi o formativi.
Che cos’è l’Hikikomori?

Fenomeno sociale nato negli anni 80 in Giappone, l’Hikikomori si è ormai diffuso anche in molti Paesi occidentali, tra i quali l’Italia: attualmente i casi di ritiro sociale estremo nella nostra nazione sono tra i 60 mila e i 100 mila; il nostro Paese non è nuovo a questo tipo di situazione, anche quando non raggiunge la gravità o le caratteristiche specifiche di questa patologia: in Italia, infatti, circa il 26% di giovani tra i 15 e i 24 anni fanno parte di quel gruppo identificato con il termine NEET (Not in Employment, Education or Training) che identifica soggetti non impegnati in percorsi scolastici, lavorativi o formativi.
L’insorgere del ritiro sociale costituisce un processo graduale, dove inizialmente si osserva la tendenza del ragazzo a saltare la scuola o il lavoro, fino a non frequentarli più completamente; a questo si associa poi una progressiva interruzione delle relazioni sociali, e lo sviluppo di un costante sentimento di vergogna, di ansia e timore al giudizio altrui e la voglia di scomparire; il ritmo sonno – veglia viene invertito, si alternano momenti di digiuno a momenti di abbuffate, e spesso la situazione sfocia in disturbi di gravità maggiore (esordi psicotici, deliri persecutori). Il significato che il sintomo di ritiro assume può essere analizzato anche da un punto di vista famigliare e sociale: l’obiettivo, infatti, che i soggetti con Hikikomori sembrano voler raggiungere, chiudendosi in casa o nella propria stanza, è un evitamento del confronto e del conseguente giudizio del mondo esterno, di cui diventa estremamente pesante la sensazione di fallimento e di nullità che questi ragazzi esperiscono.
Modelli Educativi
Le ricerche in ambito sistemico evidenziano come, in tali situazioni, vi è una difficoltà da parte dei genitori a calibrare adeguatamente i poli di dipendenza ed autonomia, processi fondamentali per la crescita evolutiva, che toccano l’apice nel periodo adolescenziale. In alcuni casi, infatti, si assiste ad una costante promozione da parte delle figure genitoriali dell’autonomia del proprio figlio, che viene però caricato di richieste di successo ed alte aspettative, a discapito di uno spazio affettivo e di consolazione da parte della famiglia; ciò che il ragazzo esperisce è quindi un sentirsi costantemente sotto pressione e un fortissimo timore del fallimento (e la conseguente delusione dei suoi famigliari).
In altre situazioni, invece, si osserva la costruzione da parte dei genitori di uno spazio iper protettivo che impedisce al ragazzo di sperimentarsi, di “cadere e rialzarsi” di fronte al confronto con ciò che sta fuori casa; il risultato è dunque una forte ansia e paura dell’entrata in “società”. Non dimentichiamo poi come molto spesso l’Hikikomori diventa la “risposta” ad un contesto famigliare patologico, caratterizzato da un legame iper coinvolgente tra madre e figlio, e un ruolo periferico del padre, spesso dovuto a conflitti di coppia inespressi: nel momento in cui un figlio costituisce l’unico collante di una coppia coniugale, la sua uscita di casa non è permessa per il devasto che lascerebbe dietro di sé. Alle pressioni famigliari si uniscono poi le pressioni sociali di un mondo sempre più performante e conformista (in cui la società giapponese, punto di origine del fenomeno, rappresenta di certo il massimo esempio).

Comprendere il significato famigliare, sociale ed emotivo che l’Hikikomori assume, aiuta a individuare la strategia terapeutica migliore; in quest’ottica, il percorso di aiuto che attualmente sembra essere quello più efficace, prevede la messa in campo di psicologi psicoterapeuti, che affianchino ad una terapia individuale del ragazzo, nella maggior parte dei casi effettuata a domicilio, una terapia famigliare rivolta ai genitori per poter modificare dinamiche disfunzionali; si rivela poi prezioso un intervento di rete che coinvolga differenti specialisti (neuropsichiatria infantile, scuola, educatori) che possano favorire una maggiore presa di consapevolezza da parte del ragazzo delle emozioni e dei pensieri che lo portano a desiderare con forte convinzione di volersi nascondere dal mondo.
C.
