Le donne sanno sui loro figli delle cose che un uomo non può mai sapere.
Culturalmente descritto come uno dei periodi più felici, la nascita di un figlio si può rivelare periodo non sempre connotato da gioia e allegria: anche una volta superato il baby blues, lo stato di malinconia che caratterizza circa il 70% – 80% di donne nei giorni successivi al parto, in alcuni casi permane una situazione di estrema difficoltà che può dare origine ad un profondo malessere in grado di sfociare in comportamenti come l’infanticidio e il suicidio della neo mamma.
In Italia, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2012 sono state 67 le mamme che si sono tolte la vita, durante la gravidanza o entro un anno dal parto: numeri che sembrano essere minimi rispetto a quelli di altre patologie psicologiche, ma che acquisiscono un peso notevole se considerati alla luce del numero di suicidi femminili (2,1 ogni 100 mila abitanti) e del numero di decessi per emorragia ostetrica (1,92 ogni 100 mila abitanti).
Fattori di rischio
Il periodo conseguente al parto si caratterizza di molteplici cambiamenti ai quali la donna deve adattarsi; tale adattamento costituisce una sorta di “rinascita” anche per la neo mamma che, soprattutto per le primipare, si trova a dover rivalutare il proprio ruolo di partner (una coppia che lascia posto ad un trio), quello lavorativo e quello sociale.

Non possiamo poi dimenticare quanto i bambini che siamo stati e le madri che abbiamo avuto siano in grado di influenzare fortemente l’essere genitori e la relazione con nostro figlio; la presenza, infatti, di conflitti o di vissuti disturbanti in questo ambito, è in grado di contribuire ad una vera e propria crisi.
A seguito della nascita del bambino, la donna si trova inoltre a dover fare i conti con il confronto tra il bambino “immaginato” durante la gravidanza e quello reale, che ora si presenta a lei e nei confronti del quale la società sottolinea spesso i doveri (“devi allattare”, “devi gioire per averlo avuto”) e poco i dolori.
In questo calderone di aspetti emotivi e mentali, aggiungiamo anche la vulnerabilità data da pregresse patologie psichiatriche (disturbi d’ansia, depressione, psicosi) di cui la donna può soffrire, il momento del parto che può dare origine ad un disturbo post traumatico da stress e i cambiamenti ormonali che nel post partum generano uno stato di allerta che può rivelarsi profondamente difficile da gestire.
Come aiutare.

Alla luce di tale sofferenza è fondamentale evitare di minimizzare la situazione e cadere in pregiudizi sociali dannosi (“ti passerà tutto appena stringerai il bambino tra le braccia”), abbandonando schemi considerati “naturali”: per una donna con depressione post partum, ad esempio, l’allattamento può rivelarsi un momento di vera sofferenza a causa dell’ossitocina prodotta che induce uno stato di allerta e deprivazione del sonno.
Inutile anche ricondurre tutto alla biologia e a cambi ormonali “transitori”.
Fondamentale dunque è iniziare un percorso di accompagnamento della donna e futura mamma, con particolare attenzione alla presenza di patologie psichiatriche prima della gravidanza, che possa dare spazio ai vissuti di incapacità, di paura e di dolore che sempre accompagnano l’arrivo di un figlio.
C.
La citazione iniziale è tratta da un’opera di Natalia Ginzburg.
