Riusciamo a vedere attraverso gli altri, soltanto quando vediamo attraverso noi stessi.
E se vi dicessi che il modo in cui noi stiamo in relazione con gli altri riflette il modo in cui i nostri genitori stavano in relazione con noi? Che il contesto famigliare è la prima scuola di apprendimento relazionale? Che la relazione di coppia da adulti non è indipendente da quello che siamo stati da bambini?
Per rispondere a queste domande è necessario riprendere una delle teorie che ancora oggi rappresenta un caposaldo della psicologia: la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby (1969, 1982).
Gli studi svolti hanno evidenziato la presenza, fin dalla nascita, nei mammiferi della tendenza a cercare una figura adulta in grado di fornire cura e protezione nei momenti di bisogno e di pericolo; e dato che anche l’uomo è un mammifero, tale tendenza innata caratterizza il bambino fin dalla nascita. La modalità di interazione che si costruisce tra il neonato ed il caregiver (nella maggior parte dei casi la figura materna) permette la formazione di schemi mentali, i cosiddetti Modelli Operativi Interni, che permettono al neonato di formulare delle aspettative su di sé, sugli altri e sul mondo: in parole povere, il modo in cui neonato e caregiver entrano in relazione costruirà il modo in cui prima il bambino e poi l’adulto entrerà in relazione con gli altri. Ecco formato il pattern di attaccamento.

A seconda, dunque, di tale interazione è possibile individuare diversi pattern di attaccamento (Ainsworth):
Attaccamento Sicuro: la presenza di genitori sensibili, attenti e responsivi permette al bambino di esplorare, di apprendere che in caso di bisogno potrà tornare alle figure in grado di accudirlo e proteggerlo e di regolare le proprie emozioni. Il bambino che cresce con una base sicura nel caregiver impara di “essere degno di amore, e che mamma/papà si occuperanno di me”.
Attaccamento Insicuro Evitante: la presenza di genitori che minimizzano il malessere del neonato relazionandosi con lui in modo rigido e/o intrusivo favorisce nel bambino l’apprendimento di strategie per ridurre al minimo/ annullare tutti i sentimenti negativi provati nell’interazione con loro. Il bambino impara che “mamma/papà si occupa più di me se creo problemi il meno possibile, se mi mostro autonomo e più interessato a ciò che si fa più che a quello che provo”.

Attaccamento Insicuro – Ambivalente: la presenza di genitori che rispondono ai bisogni del neonato in modo sporadico ed imprevedibile, insegna al bambino che se enfatizza i propri stati negativi, otterrà una risposta (esasperata ma pur sempre una risposta) dal caregiver. Il bambino impara che “mamma/papà si occupa di me se disturbo, creo problemi ed esprimo le mie emozioni in maniera esagerata”.
Attaccamento Disorganizzato: la presenza di genitori che non hanno una strategia specifica di risposta ai bisogni del neonato, che perdono facilmente il controllo o trascurano, che faticano a regolare le proprie emozioni non riuscendo a sintonizzarsi su quelle del bambino, insegna al bambino che a volte è meglio “congelarsi e non fare nulla”, altre volte si tenta di avvicinarsi al caregiver per poi allontanarsi subito. Non esiste strategia, esiste rabbia, aggressività alternata ad accudimento verso l’adulto.
Tutti i pattern di attaccamento, ad eccezione di quello sicuro, aumentano la vulnerabilità a sviluppare comportamenti a rischio e veri e propri disturbi psicopatologici.

Se questi pattern appresi nell’infanzia, determinano la modalità relazionale da adulti, ecco che la relazione di coppia diventa il contesto in cui i vissuti di attaccamento dei partner si incontrano e influenzano il modo di stare insieme.
Le persone con attaccamento sicuro confidano sulla presenza del partner, sono a proprio agio con l’intimità e regolano le proprie emozioni; le persone con attaccamento evitante valorizzano l’indipendenza, faticano a chiedere conforto e vicinanza, ponendo distanza dalle proprie emozioni; le persone con attaccamento ambivalente temono di non essere amati, sviluppano dipendenza dal partner ed esprimono le emozioni iper attivandole; le persone con attaccamento irrisolto sono spaventate dal proprio e altrui bisogno di accudimento, a cui non riescono a rispondere.
Ma se è vero che siamo ciò che apprendiamo da piccoli, è anche vero che la genetica e la diagnosi non sono il destino. E che la potenzialità di ogni essere umano di modificarsi riguarda anche il proprio stile di attaccamento.
C.
